TUTTE LE BUGIE DI
BERLUSCONI 2
BERLUSCONI PREMIER/2
"Meno tasse per tutti" (slogan elettorale di Berlusconi, maggio 2001).
Le tasse degli italiani resteranno le stesse, anzi aumenteranno per
l'incremento sostanzioso dei tributi regionali e comunali, in
conseguenza dei tagli ai trasferimenti governativi a comuni e regioni.
Il 13 novembre 2001, in visita a Granada (Sagna), Berlusconi e il suo
ministro dell'Economia Giulio Tremonti comunicano che "i conti pubblici
non sono ancora a posto", dunque 23 di ridurre le tasse non se ne parla.
Così come della riforma delle pensioni, promessa in campagna elettorale
alla Confindustria. Che subito protesta. "Non ho mai detto che la
civiltà occidentale è superiore all'Islam. E' colpa di una sinistra
irresponsabile che diffonde notizie false sul mio conto" (7-9- 2001). In
realtà Berlusconi, soltanto il giorno prima, ha dichiarato testualmente
in una conferenza stampa dalla Germania: "Noi dobbiamo essere
consapevoli della superiorità della nostra civiltà, che ha dato luogo al
benessere e al rispetto dei diritti umani e religiosi. Cosa che non c'è
nei paesi dell'Islam... Dobbiamo evitare di mettere le due civiltà,
quella islamica e quella nostra sullo stesso piano. La libertà non è un
patrimonio della civiltà islamica. La nostra civiltà deve estendere a
chi è rimasto indietro di almeno 1400 anni nella storia i benefici e le
conquiste che l'Occidente conosce. C'è una singolare coincidenza fra gli
islamici e gli anti-global nella loro opposizione all'Occidente". Poi
l'incidente diplomatico internazionale, le proteste della Lega Araba
("posizioni razziste"), l'imbarazzo dell'Occidente impegnato nel
tentativo di coinvolgere nella lotta al terrorismo fondamentalista delle
Due Torri i paesi islamici moderati. Così il Cavaliere è costretto alla
smentita, cioè all'ennesima bugia. "Ho fatto un'esposizione sommaria
della legge finanziaria e ho trovato un'ottima accoglienza sia da Prodi
sia dal commissario Pedro Solbes" (10- 10-2001). Così Berlusconi al
termine di un incontro ufficiale a Bruxelles con il presidente Romano
Prodi e gli altri membri della Commissione europea. Senonché Prodi cade
dalle nuvole: "Non ne abbiamo neanche parlato". Anche Solbes lo
smentisce: "Non ho espresso alcun giudizio sulla finanziaria italiana,
la valuterò insieme al patto di stabilità". Berlusconi è costretto alla
retromarcia: "Io ho illustrato l'azione del mio governo, Prodi e Solbes
mi hanno ascoltato in silenzio". Poi, in conferenza stampa, se la prende
con il "club della menzogna della sinistra" che gli attribuirebbe frasi
mai dette. "La tv pubblica è interamente nelle mani della sinistra, e
anche la tv privata si sbilancia a sinistra" (30-1-2002, a Le Figaro).
Appena tornato al governo, Berlusconi, che già detiene il monopolio
assoluto della televisione commerciale (Canale 5, Italia 1, Rete 4),
nomina suoi uomini al vertice delle tre reti pubbliche Rai (presidente
Antonio Baldassarre, direttore generale Agostino Saccà). Costoro
allontanano dal video i due giornalisti più famosi della Rai, sgraditi
al premier - Enzo Biagi e Michele Santoro - nonché il comico Daniele
Luttazzi, anche lui inviso al Cavaliere. Poi, quando il primo consiglio
di amministrazione si dimette agli inizi del 2003, Berlusconi riunisce
gli alleati in casa propria per decidere i nuovi consiglieri, facendo
infuriare addirittura i presidenti delle due Camere, che rifiutano di
ratificare le nomine. Alla fine, viene creato un nuovo Cda Rai formato
da 4 esponenti del centro-destra e uno solo del centro-sinistra. Anche
il direttore generale, amico di Berlusconi e del fratello Paolo, è di
stretta obbedienza governativa. "Comprare Alessandro Nesta (difensore
della Lazio e della Nazionale, ndr) per il Milan? Sono cose che non
hanno più nulla di economico, di morale. Nel calcio abbiamo sbagliato
tutti, ora basta" (23-8-2002). L'indomani il Milan di Berlusconi
annuncia l'acquisto di Nesta, avvenuto da almeno una settimana. "Non
capisco tutta questa fretta per la legge Cirami sul legittimo sospetto
(che gli consente di spostare i suoi processi da Milano a Brescia, ndr)"
(31- 7-2002). "La legge sul legittimo sospetto è una priorità per il
governo" (30- 8-2002). "E se in Irak non ci fossero più armi di
distruzione di massa? Come parere personale, non credo che ci siano più
quegli ordigni" (16-10-2001, al termine di un lungo incontro con
Vladimir Putin). "Sono e resto con Blair, l'alleato più vicino a Bush.
Non ho mai detto che Saddam non ha armi di distruzione di massa. Dico
solo che potrebbe avere avuto il tempo di distruggerle o di metterle da
qualche altra parte" (17-10-2002, dopo le incredule proteste di Londra e
Washington). "Mediaset non farà alcun ricorso al condono fiscale"
(30-12-2002). Berlusconi smentisce le rivelazioni del quotidiano La
Repubblica, il quale calcola che il condono fiscale contenuto nella
legge finanziaria Berlusconi consentirà al gruppo Mediaset di chiudere
la lite col fisco per il possesso di società off-shore risparmiando
multe per 100 milioni di euro, pari a 200 miliardi di lire. Cinque mesi
dopo, il settimanale l'Espresso scoprirà che Mediaset ha regolarmente
fatto ricorso al condono, risparmiando così circa 120 milioni di euro di
imposte. "Ho assoluta fiducia nella Cassazione, fiducia che non né mai
mancata. Altra cosa sono certi pm che vogliono un ruolo particolare e
imbastiscono processi che finiscono nel nulla" (26 gennaio 2003).L'indomani
la Cassazione gli dà torto e non sposta i suoi processi da Milano. Lui,
il premier, tuona subito contro i "giudici golpisti".
BERLUSCONI IMPUTATO
"Giuro sui miei cinque figli che non so nulla di quanto mi viene
contestato (le tangenti alla Guardia di Finanza, ndr). Sono vittima di
una grande ingiustizia. Mi dicono che questo avviso è la risposta a
quanto stiamo facendo" (23-11-94). "E' come se mi avessero mandato un
avviso di garanzia accusandomi di non chiamarmi Silvio Berlusconi.
Siccome sono certo di chiamarmi Silvio Berlusconi, non credo che nessun
tribunale giusto al mondo possa condannarmi perché mi chiamo Silvio
Berlusconi. Può esserci una condanna, ma allora non sarà un atto di
giustizia, ma sovversione" (1-12-94). "Io corruttore? Sarebbe come
incolpare suor Teresa di Calcutta, dopo una vita di sacrifici, se una
bambina dell'istituto allungasse una mano per pigliare un quarto di mela
dal fruttivendolo, non per sé, ma per darlo ad un altro" (27-10-95).
"Nessuno si è reso responsabile di corruzione, il capo del gruppo non
era minimamente a conoscenza di quanto gli viene addebitato. Il vero
scandalo sta semmai nel fatto che la mia impresa, come quasi tutte le
imprese italiane, sia stata sottoposta a pressioni concussive da parte
di un corpo armato dello Stato... Siamo stati costretti a pagare da
un'associazione a delinquere come la Guardia di Finanza, da elementi
deviati di un corpo armato dello Stato" (16-1-96). Con buona pace
dell'incolpevole prole, due dirigenti Fininvest verranno definitivamente
condannati per corruzione della Guardia di Finanza, un consulente legale
definitivamente per favoreggiamento, i due segretari per falsa
testimonianza in primo e secondo grado, mentre Berlusconi verrà
condannato dal Tribunale per corruzione, dichiarato prescritto (cioè
responsabile, ma non più punibile) dalla Corte d'appello, infine assolto
dalla Cassazione. Ma solo per "insufficienza probatoria". "Publitalia
non ha mai emesso fatture false, e funziona come un orologio" (31-5-95).
Ma i massimi dirigenti di Publitalia, dal presidente fondatore Marcello
Dell'Utri in giù, hanno patteggiato condanne per decine di miliardi di
false fatture e frodi fiscali. "Sono pronto a lasciare la guida del
Polo, la Camera e la vita politica se verrà dimostrato un rapporto mio o
della Fininvest o di una società del gruppo col signor Bettino Craxi,
diverso da quello della pura amicizia!" (29- 11-95). Craxi è colui che
nel 1984 impose con il suo governo al Parlamento ben due decreti ad
personam, i "decreti Berlusconi", per salvare le televisioni dell'amico
finite sotto inchiesta (e minacciate di sequestro dai magistrati) perché
trasmettevano illegalmente su tutto il territorio nazionale. La Corte di
Cassazione, confermando la prescrizione del reato di finanziamento
illecito nel processo sulla società berlusconiana off-shore "All Iberian",
ha ritenuto dimostrato che Berlusconi versò illegalmente a Craxi, tra il
1990 e il 1992, ben 21 miliardi estero su estero. Ma Berlusconi non ha
lasciato la vita politica. "Non ho mai fatto alcun attacco alla
magistratura" (10-10-95). "Se c'è una cosa che mi viene addebitata e che
non risponde al vero è da parte mia un giudizio negativo nei confronti
dei magistrati" (25-11-95). "Io sono un grande estimatore della
magistratura e l'ho dimostrato nella mia attività di governo, durante la
quale sono sempre stato vicino ai problemi dei giudici" (7-12-95). "Mi
consenta ancora una volta di esprimere ammirazione verso la magistratura
e i giudici" (23-1-96). Una costante dell'azione politica è l'attacco
sistematico, scientifico, incessante alla magistratura di ogni ordine e
grado: dai pm di Milano (ma anche di Palermo, Napoli, Torino: tutti
quelli che si sono occupati di lui o di sue aziende) ai giudici per le
indagini preliminari, da quelli di tribunale a quelli di appello, su su
fino alle sezioni unite della Corte di Cassazione, massima istanza
giurisdizionale del Paese. "Le inchieste sul mio gruppo sono iniziate
soltanto dopo il mio impegno in politica. Prima non avevo mai subito
nulla del genere" (17-6-2003). Ma è vero il contrario: prima nascono le
inchieste sulla Fininvest di Berlusconi, poi (e forse proprio per
questo) Berlusconi "scende in campo" politico. La prima indagine (poi
archiviata) sul Berlusconi imprenditore, per traffico di droga, fu
aperta a Milano nel lontano 1983. Nel 1989 poi, sempre a Milano,
Marcello Dell'Utri finì per la prima volta sotto inchiesta per mafia
(prosciolto). La tesi della persecuzione politica per via giudiziaria,
già esposta dal premier in una denuncia a Brescia, è stata così smontata
dal gip Carlo Bianchetti nell'archiviazione del 15 maggio 2001: "Risulta
dall'esame degli atti che, contrariamente a quanto si desume dalle
prospettazioni del denunciante, le iniziative giudiziarie. avevano
preceduto e non seguito la decisione di "scendere in campo". [Il pool di
Mani pulite ha compiuto, tra] il 27 febbraio '92 e il 20 luglio '93, ben
25 accessi presso Fininvest e Publitalia". Lo stesso Berlusconi, al
momento di entrare in politica verso la fine del 1993, aveva confidato
ai famosi giornalisti Enzo Biagi e Indro Montanelli (che l'hanno poi
raccontato): "Se non entro in politica, fallisco e mi arrestano". "E
questo potere arbitrario e di casta è stato illiberalmente esercitato
nel 1994 contro un governo sgradito alla magistratura giacobina di
sinistra, governo messo platealmente sotto accusa attraverso il suo
leader in un procedimento iniziato a Napoli mentre presiedeva una
Convenzione delle Nazioni Unite e sfociato poi, per assoluta mancanza di
fondatezza, in una clamorosa assoluzione molti anni dopo" (29-1-2003).
Berlusconi si ostina a ripetere che, nel 1994, il suo governo fu
rovesciato dall'invio di un "avviso di garanzia" per le mazzette
Fininvest alla Guardia di Finanza, a Napoli, mentre lui presiedeva un
convegno sulla criminalità organizzata. Si trattava in realtà di un
"invito a comparire" (una convocazione per un interrogatorio), dovuto
per legge, che non fu affatto notificato a Napoli, ma a Roma. E fu
preannunciato al telefono all'interessato la sera prima (21 novembre
'94) dai carabinieri. Fu dunque Berlusconi, pur sapendo di essere
sospettato di corruzione, a decidere ugualmente di presiedere il
convegno anche l'indomani (giorno 22), esponendo il buon nome
dell'Italia al ludibrio internazionale. Ai magistrati milanesi, secondo
un'informativa dei carabinieri, risultava che lui, la sera stessa del
21, sarebbe rientrato a Roma abbandonando il convegno napoletano
inaugurato la mattina. Perciò inviarono i militari per la consegna a
Roma, non a Napoli. Quanto alle ragioni della caduta del governo,
quell'atto non ebbe alcuna conseguenza. L'hanno stabilito i magistrati
di Brescia, ai quali Berlusconi aveva presentato un esposto contro i
magistrati milanesi per "attentato agli organi costituzionali" (cioè al
suo primo governo). Nell'ordinanza del giudice Carlo Bianchetti che il
15 maggio 2001 archivia l'inchiesta e assolve il pool di Milano, si
legge: "Alla causazione del cosiddetto "ribaltone" è stata
sostanzialmente estranea la vicenda dell'invito a presentarsi, dal
momento che, secondo la testimonianza dell'allora ministro Maroni, la
decisione della Lega Nord di "sfiduciare" il governo Berlusconi
(decisione che era stata determinante nella caduta dell'Esecutivo) era
stata formalizzata il 6 novembre 1994, e perciò due settimane prima;
trovava comunque le sue radici in un insanabile contrasto tra la Lega
Nord e gli altri partiti del Polo delle Libertà risalente a fine agosto
'94, allorché l'on. Bossi era venuto a sapere dell'intenzione del capo
del governo di "andare alle elezioni anticipate in autunno". "Nel
processo Sme non ci sono né indizi né prove contro di me, c'è solo il
teorema della signora Stefania Ariosto, una mitomane che ha fatto dei
pettegolezzi. Per la Sme mi aspetterei non un processo, ma una medaglia
d'oro al valore civile per avere salvato l'Italia da una svendita di un
bene pubblico per 500 miliardi quando ne valeva 2500". La teste Stefania
Ariosto non parla dell'affare Sme: si limita a raccontare ciò che ha
visto e sentito a proposito di Previti e della corruzione di alcuni
giudici romani. In realtà, nel processo Sme, gli imputati sono sotto
accusa per alcuni bonifici bancari. Il primo riguarda l'industriale
Pietro Barilla (deceduto nel '93): il 2 maggio e il 26 luglio 1988 da un
conto estero di Barilla partono due accrediti (1 miliardo e 800 milioni
di lire) destinati all'avvocato Attilio Pacifico, braccio destro
dell'avvocato berlusconiano Cesare Previti. Pacifico versa, secondo
l'accusa, 200 milioni in contanti al giudice Filippo Verde, e tramite
bonifico 850 a milioni a Previti e 100 al giudice Renato Squillante. Il
secondo bonifico chiama invece direttamente in causa la Fininvest. Il 6
marzo 1991, dal conto svizzero "Ferrido", aperto dal capo della
tesoreria Fininvest Giuseppino Scabini, vengono accreditati 434.404
dollari sul conto "Mercier" di Previti, da dove, un'ora dopo, vengono
girati sul conto "Rowena" del giudice Squillante. Secondo l'accusa, il
conto Ferrido (della galassia All Iberian) era alimentato con fondi
personali e familiari di Berlusconi. Di qui l'accusa, per tutti, di
corruzione giudiziaria. Per la Sme (la finanziaria alimentare dell'Iri),
Berlusconi non sventò alcuna svendita: la quota dell'azienda in vendita
da parte dell'Iri era stata valutata 500 miliardi da due esperti
dell'università milanese Bocconi, e dunque Carlo De Benedetti, unico
offerente nel 1985, aveva offerto quella cifra. Poi Berlusconi, su
ordine di Craxi, si intromise nell'affare, rilanciando per un 10%
appena: il minimo indispensabile per entrare in partita. Dunque offrì
550 miliardi, poco più di De Benedetti, poco meno di un quinto rispetto
al valore che oggi egli pretende di attribuire alla Sme del 1985. "La
magistratura politicizzata, nel 1992-'93, ha cancellato cinque partiti
dalla vita pubblica, risparmiando i comunisti per portarli al potere". A
parte il fatto che, a Milano, il pool Mani Pulite arrestò e inquisì
quasi l'intero vertice del Pci-Pds, esattamente come quelli dei partiti
moderati, va detto che le prime elezioni dopo Tangentopoli non le
vinsero le sinistre. Le vinse Berlusconi, occupando lo spazio lasciato
libero dal pentapartito che si era sciolto per mancanza di voti dopo lo
scandalo. Il 24 gennaio 1994, al momento della sua discesa in campo, il
Cavaliere elogiò il pool di Milano per avere scoperchiato lo scandalo di
Tangentopoli: "La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e
superata dai tempi [...]. L'autoaffondamento dei vecchi governanti,
schiacciati dal peso del debito pubblico e del finanziamento illegale
dei partiti, lascia il paese impreparato e incerto...". E il 6 febbraio
rincarò la dose: "Basta con i ladri di Stato, noi siamo per una politica
nuova, diversa, pulita. Siamo l'Italia che lavora contro l'Italia che
ruba". Subito dopo tentò di avere nel suo governo i due simboli del pool
di Mani Pulite: Antonio Di Pietro al ministero dell'Interno e
Piercamillo Davigo alla Giustizia. I due, però, rifiutarono. Ma
evidentemente, all'epoca, Berlusconi non li considerava "toghe rosse".
"I magistrati milanesi abusavano della carcerazione preventiva per
estorcere confessioni agli indagati" (30-9-2002). Anche questo cavallo
di battaglia della polemica berlusconiana anti-giudici è smentita dai
fatti e, soprattutto, dalla relazione consegnata al governo dai quattro
ispettori ministeriali inviati contro il pool di Milano nell'ottobre
1994 dal guardasigilli Alfredo Biondi (Forza Italia, primo governo
Berlusconi). Relazione resa nota il 15 maggio '95: "Nessun rilievo può
essere mosso ai magistrati milanesi, i quali non paiono aver esorbitato
dai limiti imposti dalla legge nell'esercizio dei loro poteri [...]. Non
si è riscontrata un'apprezzabile e significativa casistica di
annullamenti delle decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni
[...]. I provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati [...]
dall'ulteriore e decisiva prova della confessione dell'indagato. Né è
risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché
rese sotto la minaccia dell'ulteriore protrarsi della detenzione [...].
Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle "condizioni fisiche e
psicologiche disumane" nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti
indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l'on.
Sgarbi: non è stata mai segnalata l'applicazione di regimi detentivi
differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi". "I
magistrati del pool di Milano avevano come obbiettivo quello di favorire
la presa di potere da parte delle sinistre" (9-5-2003). A parte le
considerazioni già esposte, è interessante leggere la risposta data il
23 ottobre 1996 dal ministro dell'Interno britannico Simon Brown al
Parlamento britannico, per spiegare il diniego opposto al ricorso degli
avvocati di Berlusconi, i quali parlavano di inchieste e reati
"politici" per opporsi alla consegna dei documenti sui conti esteri
della galassia All Iberian: "Se ben capisco l'argomentazione dei
richiedenti [la Fininvest], essi sostengono che l'azione giudiziaria in
corso in Italia per donazioni illecite di 10 miliardi al signor Craxi è
politica, e che le accuse di falso contabile [...] sarebbero reato
connesso. Le donazioni politiche illegali sono un reato politico? Non
sono d'accordo. A me sembra piuttosto un reato contro la legge ordinaria
promulgata per garantire un corretto ordinamento del processo
democratico in Italia - reato in nulla diverso, diciamo, dal votare due
volte alle elezioni [...]. Il reato in questione è stato commesso per
influenzare la politica del governo: non si pagano clandestinamente
grosse somme di denaro a un partito politico senza uno scopo [...]. Non
accetto in nessun modo che il desiderio della magistratura italiana di
smascherare e punire la corruzione nella vita pubblica e politica, e il
conflitto che ciò ha creato tra i giudici e i politici in quel paese,
operi in modo tale da trasformare i reati in questione in reati
politici. È un uso scorretto del linguaggio definire la campagna dei
magistrati come improntata a "fini politici", o le loro azioni nei
confronti del signor Berlusconi come persecuzione politica. Al
contrario, tutto ciò che ho letto su questo caso suggerisce che la
magistratura stia dimostrando una giusta indipendenza politica
dall'esecutivo ed equanimità nel trattare in modo eguale i politici di
tutti i partiti [...]. [Il reato] non è intrinsecamente politico, né lo
diviene nel caso che l'autore del reato speri di cambiare la politica
del governo comprando influenza politica, e neanche se il potere
giudiziario, perseguendo lui, spera di ripulire la politica. Nessuno
degli argomenti dei richiedenti riesce a persuadermi in nulla che i
reati in questione siano politici. Non riesco proprio a vedere i
pagatori corrotti della politica come i "Garibaldi di oggi", o cercatori
di libertà, o "prigionieri politici". "I magistrati milanesi abusavano
della carcerazione preventiva per estorcere confessioni agli indagati"
(30-9-2002). Anche questo cavallo di battaglia della polemica
berlusconiana anti-giudici è smentita dai fatti e, soprattutto, dalla
relazione consegnata al governo dai quattro ispettori ministeriali
inviati contro il pool di Milano nell'ottobre 1994 dal guardasigilli
Alfredo Biondi (Forza Italia, primo governo Berlusconi). Relazione resa
nota il 15 maggio '95: "Nessun rilievo può essere mosso ai magistrati
milanesi, i quali non paiono aver esorbitato dai limiti imposti dalla
legge nell'esercizio dei loro poteri [...]. Non si è riscontrata
un'apprezzabile e significativa casistica di annullamenti delle
decisioni che hanno dato luogo a quelle detenzioni [...]. I
provvedimenti custodiali sono stati spesso suffragati [...]
dall'ulteriore e decisiva prova della confessione dell'indagato. Né è
risultato che tali confessioni siano state in seguito ritrattate perché
rese sotto la minaccia dell'ulteriore protrarsi della detenzione [...].
Non è possibile ascrivere quelle confessioni alle "condizioni fisiche e
psicologiche disumane" nelle quali si sarebbero venuti a trovare molti
indagati, alcuni dei quali suicidatisi, condizioni cui fa riferimento l'on.
Sgarbi: non è stata mai segnalata l'applicazione di regimi detentivi
differenziati e inaspriti rispetto alla generalità dei casi".
BERLUSCONI E IL CONFLITTO D'INTERESSI
"Dire che nell'attività di governo e politica ci sia stato qualche volta
un interesse personale, non solo del signor Berlusconi, ma anche di
altri membri di Forza Italia, è una vergogna" (14-12-95). "La vecchia
classe politica che facendo politica prendeva soldi. Io posso dire che
per fare politica ne ho spesi parecchi" (15-12-95). Il primo governo
Berlusconi passerà alla storia per due provvedimenti: il decreto Biondi,
che vietava le custodia in carcere per corruzione alla vigilia
dell'arresto di Paolo Berlusconi per corruzione; e la legge Tremonti,
che ha fruttato alla Mediaset dello stesso Berlusconi (Silvio) sgravi
fiscali per 243 miliardi. "Ho dato incarico ai miei manager di avviare
le dismissioni delle mie proprietà" (23-3-94). "Ho sempre riconosciuto
che c'era un'anomalia da sanare... Sono il primo a proporre una
soluzione di separazione drastica tra l'esercizio dei doveri di governo
e l'esercizio dei diritti proprietari" (2-8-94). "Le mie aziende o le
congelo o le vendo. Voglio assolutamente dividere i miei interessi
privati che ho come azionista Fininvest dalla mia attività pubblica che
svolgerò nell'interesse di tutti. Credo che quella del blind trust
americano sia la soluzione ideale" (11-4-94). "Oggi vi annuncio che ho
deciso di vendere le mie aziende, perché credo che qualcuno, quando si
prende un impegno e dentro questo impegno ci sono certe condizioni che
sono ostative allo svolgimento globale dell'impegno, deve avere anche il
coraggio di sacrificarsi... Non sarà facile trovare un compratore, ma
andremo in Borsa con la televisione e terrò una quota assolutamente non
di maggioranza" (23-11-94). "Da novembre ho dato mandato irrevocabile
alla Fininvest di vendere le tv" (18-3-95). "Venderò le tv ad
imprenditori internazionali" (Il Giornale, 1-4-95). "Il conflitto
d'interessi sarà risolto nei primi cento giorni del mio governo"
(5-5-2001). Nove anni dopo il suo primo governo e due anni dopo l'avvio
del secondo, Berlusconi non ha risolto il conflitto d'interessi né
tantomeno ha ceduto alcuna delle sue aziende. Anzi, il 21 dicembre 2001,
comunica agli italiani che "il conflitto d'interessi esiste solo nel
senso che le mie aziende ci hanno rimesso da quando sono entrato in
politica al servizio del Paese". E il 7 maggio 2003, ancora più
esplicito: "Il conflitto d'interessi è una scusa. Tutti vedono bene che
non c'è nessun conflitto d'interessi. Anzi, io non posso fare che cose
sfavorevoli al mio gruppo. Non c'è stata una sola decisione assunta da
questa maggioranza e da questo governo che abbia portato cose a mio
favore. Da quando sono sceso in politica, il mio gruppo ha subìto
soltanto danni enormi".